Premessa

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Ciò che segue, con piccoli aggiustamenti dovuti alla maturazione nel tempo,  è quanto da me già scritto e allegato il 12 novembre 1984 per la  presentazione del Metodo : “ T.A.R.S.P. – Training Autogeno Respiratorio di Sensibilizzazione per la Psicoprofilassi” che, negli anni successivi, è diventato “Training Autogeno Respiratorio e di Sensibilizzazione sensoriale per la Psicoprofilassi “ (T.A.R.S.P.)

E’ relativamente facile scrivere o dibattere sulla profilassi/prevenzione (da ora userò esclusivamente il termine profilassi per la loro sostanziale  equivalenza)  in relazione a tutti i più disparati “campi” che riguardano l’uomo sia come essere umano che in relazione alle sue innumerevoli attività.

La cosa diventa, invece, molto complessa se dalla teoria si vuole passare all’azione pratica dove ci veniamo a trovare di fronte a grandi difficoltà ad iniziare da quella dei diversi intenti e motivazioni che a tale termine, profilassi, vogliono attribuire i vari studiosi ed esperti; basti pensare che persone con convincimenti diversi, di frequente e relativamente allo stesso problema, esprimono considerazioni e possibilità di soluzioni molto distanti tra loro e, spesso, anche in netta contraddizione.

Quando poi ci addentriamo, pur nella stessa comunanza di idee, nell’applicazione pratica di un “principio” di profilassi sul quale si è riusciti a trovare un sufficiente accordo, teorico e metodologico, sorgono, non di rado, molti ostacoli che limitano, se non addirittura rendono vana, l’applicazione pratica della profilassi.

Pur riuscendo a superare questi ostacoli ci veniamo a trovare di fronte alle persone che, prese  individualmente o in gruppi, saranno i fruitori del servizio giungendo, così, ad un punto nodale: “i fruitori” del servizio.

Bisogna sempre considerare se un servizio di profilassi nasce dall’alto, come analisi della situazione fatta da esperti, e quindi riportato nella pratica alle persone che ne fruiranno, oppure, al contrario, sorge dal basso come richiesta degli uomini che ne sentono la necessità ed iniziano a stimolare le competenti autorità  affinché tale servizio nasca, sviluppi e acquisti forza.

E’ chiara la differenza tra queste due vie in relazione allo stesso servizio e tale differenza, non di rado, comporta lo sviluppo o l’affossamento d’idee, metodi o principi che, se pur forse giusti,  finiscono per diventare sterili; ma tale sterilità per l’oggi non è detto che lo significhi anche per il domani dato che  l’idea può continuare a crescere in pochi che in essa credono finché, maturati i tempi e gli uomini, questa si ripresenterà prepotentemente per diventare elemento costitutivo di una gran parte di loro.

Voglio, a questo punto, aprire una parentesi sulla ripetitività di un termine usato precedentemente: “servizio”.

Coloro che svolgono le mansioni  relative al servizio, conducendolo come esperti, dovranno essere “al servizio” delle persone  e non il contrario con le persone assoggettate agli specialistici che lo propongono, come purtroppo spesso accade, a causa di una strumentalizzazione guidata dai “detentori del potere” di tutti i tipi che, generalmente, sono interessati e intenti a pilotare qualsiasi iniziativa solo a fini economici o di controllo.

Se tutto, invece, procede nel migliore dei modi arriveremo, per qualsiasi forma di profilassi, di fronte ai due aspetti, psicologico (individuale) e sociale (di gruppo), dove il processo “educativo” di sensibilizzazione della persona non deve portare a subordinare  l’uno all’altro aspetto in quanto, se ciò si dovesse verificare, non ne potranno conseguire che cattivi risultati.

Tali processi  di reciproca interazione (tra servizio e fruitori, psicologico e sociale) dovranno promuovere la partecipazione dell’essere umano al miglioramento sia della sua coscienza individuale che di quella sociale, con lo scopo di determinarne un suo più libero sviluppo proprio con le capacità ed attitudini insite in lui.

Per tali motivi non bisognerà impostare una prevenzione che adatti l’uomo alle condizioni imperanti nella società, ma è necessario essere molto più possibilisti e flessibili sollecitando e sostenendo la maturazione dei suoi tratti umani più dinamici ed indipendenti.

Quindi l’uomo, come fruitore del servizio, non dovrà essere preparato ad affrontare solo precise condizioni,  ma sensibilizzato alla vita futura facendolo riappropriare di se stesso, educandolo ed educandoci contemporaneamente all’uso pronto ed intero della nostre capacità facendoci cogliere le condizioni più idonee nelle quali ci troveremo ad operare al fine di poter agire più efficacemente, nel momento del problema, ma  sempre nel rispetto delle molteplici e variegate situazioni di vita in comune.

Tale sensibilizzazione porterà ad un progresso sociale che non potrà esistere senza un’autentica coscienza individuale.

Occorre che l’uomo, affinché si faccia portatore di progresso, non si limiti all’acquisizione delle conoscenze accumulate, e a lui proposte con l’educazione dalla società, ma entri in  possesso di tutte le sue capacità per risvegliare la sua coscienza critica in relazione al suo passato rendendolo, così, capace di dare un nuovo orientamento alle convinzioni acquisite modificandole e reinserendole, sia in lui che negli altri, in modo più specificatamente umano sia  a livello psicologico che sociale dato che, in ciò, consiste il processo di “sensibilizzazione/educazione”, che rappresenta il gioco reciproco delle idee con il loro incorporarsi nell’azione finalizzata ad un maggior benessere comune.

Quindi non userò il termine educazione, in quanto non dobbiamo educare nessuno e, certamente, non rieducazione, in quanto nessuno di noi ha il diritto di rimodellare a propria immagine l’altro (questo anche nell’ipotetico caso che chi agisca sia, o pensi di essere, nel giusto??!!) ma “Sensibilizzazione” come processo dinamico di reciproco scambio e crescita, che mira non solo  a qualcosa di definito, ma fa di un fine limitato  (la richiesta fatta dall’utente o il servizio offerto dalla struttura)  il trampolino per uno sviluppo psicologico e sociale  di tutti coloro che parteciperanno a tali iniziative.

La Matrice, ciò che costituisce l’origine e la fonte di tutte le prevenzioni, sia nel campo psicologico e sociale come in quello più marcatamente somatico,  dovrà determinare questo più ampio sviluppo psicorelazionale dell’essere umano: cioè dovrà far nascere e sostenere la “crescita di valore” sia verso se stessi che verso gli altri.

Con l’intento della ricerca e della realizzazione di questa matrice di comunanza, determinante la modificazione dell’individuo in sintonia alle potenzialità insite in lui e e al suo essere elemento costituente della società, nasce la necessità di avere a disposizione un Metodo che, oltre a permetterne la sua applicabilità ad un numero molto differenziato  (in tutti i possibili sensi: sia psicologici che somatici, individuali o di gruppo, appartenenti a diverse culture o credenze etc.) di persone possa dare, ad ognuna di esse, la possibilità di poter fare propria questa particolare “combinazione” facendola diventare parte integrante di loro stessi.

Intendo presentare un Metodo che ingloba in sé, sia dal punto di vista dell’applicabilità che dei risultati ottenuti, i requisiti sopra esposti assumendomene, a tale riguardo, la responsabilità.

Voglio ricordare, prima d’inoltrarmi nella descrizione del Metodo, che il fatto di avere una serie di esercizi composta e strutturata in sequenze semplici non significa che la sua applicazione pratica lo sia perché il suo scopo fondamentale è la “Sensibilizzazione di tutti”, non solo dei fruitori, ma anche dei conduttori.

E’ altrettanto chiaro il fatto, ed è bene ripeterlo, che tale realizzazione di potenzialità non è da considerarsi un fine ben preciso ma un processo dinamico che in ognuno di noi può generare tensioni e momenti di sbandamento molto penosi da affrontare e tali, alcune volte, da farci anche desistere dal continuare ad esercitarci per il senso di disagio vissuto; ma tale sguardo in noi, se in apparenza pur limitato è sempre, a mio parere, una buona conquista.

Quando si inizierà a non avere più le certezze delle vecchie conoscenze, dovremo andare alla ricerca dell’uomo che è in noi affrontando la condizione di anomia, di perdita d’identità, che in momenti di evoluzione  spesso si affaccia alla coscienza e, il miglior modo per superarla, è quello di sperimentare emozioni vere “sperimentandole” partendo sia dai propri bisogni che da quelli delle persone con le quali siamo maggiormente in contatto, oltre che con tutta la  società , per imparare a viverle e modularle con il miglior beneficio di tutti.

Oggi, voglio aggiungere due considerazioni al concetto di “sviluppo psichico individuale nella  libertà”, concetto che già mi sosteneva oltre trent’anni fa: la prima considerazione è quella che scaturisce dalla conferenza tenuta da Franco Basaglia il 27 giugno 1979 a Rio de Janeiro (Brasile) di cui ne ho evidenziato, per brevità, solo alcune parti e che potrà essere trovata, integralmente, nel libro Conferenze Brasiliane, Editore Raffaele Cortina.

Franco Basaglia – Rio de Janeiro 27 giugno 1979

“… Ma ciò che mi interessava mettere in evidenza era il fatto che le esperienze francese e inglese sono state pensate, proposte ed eseguite da tecnici, mentre l’esperienza italiana è stata formulata da tecnici ma la sua cultura è stata fatta propria da movimenti e forze politiche, che hanno trovato in essa un contenuto nuovo di lotte di emancipazione della popolazione. Questa è stata l’originalità dell’esperienza italiana.

Il tecnico italiano, o per lo meno una parte dei tecnici italiani, non si è accontentata di una scienza riciclata, di una scienza che cambia vestito, che si mette un vestito moderno al posto di quello vecchio, com’è capitato con la comunità terapeutica inglese o la psicoterapia istituzionale francese. Queste esperienze hanno dimostrato una volta di più che il ruolo, il significato della psichiatria non sta nella cura del malato ma nel suo controllo…

Quando io parlo di cura, questa parola deve avere un significato a partire dal soggetto di questa cura. Ugualmente, quando dico controllo sto parlando della persona che è il soggetto di questo controllo.

Parlando di cura, vediamo che la persona che cura, il medico, non considera il curato soggetto della cura ma oggetto. Così la cura diventa, oggettivamente, pura riproduzione del medico e non dà al malato alcuna possibilità di esprimersi soggettivamente. In questo senso noi diciamo che la cura è una forma di controllo perché, nel momento in cui non c’è espressione soggettiva da parte del malato, la cura non dà altro risultato che la riproduzione oggettiva del gioco del potere…

A questo punto dobbiamo mettere in discussione tutto, il sapere psichiatrico, la psicoanalisi, la cura farmacologica, l’elettroshock, l’insulina, la neurochirurgia, insomma, tutti quei metodi e mezzi che i medici hanno usato fino ad oggi per affrontare il problema della malattia mentale…

Allora, in un quadro come questo, è importante dire che le terapie e le cure proposte fino ad oggi non danno alla persona la possibilità di esprimersi come soggetto, riproducendolo come merce, come oggetto. Io vedo questo come conseguenza, non come colpa, come risultato di tutta una logica generale a cui la psichiatria non riesce a sottrarsi. Solo se la psichiatria riesce a sfuggire a questo circolo infernale e comincia a smettere di essere psichiatria e a diventare vita, relazione, può cominciare a prendere forma il tentativo di costruire una nuova scienza dell’uomo, un nuovo umanesimo…

Quando si apre un manicomio, il malato parla finalmente con la sua voce, non più con la voce che il medico vuole… La speranza di cambiare c’è, il problema è come cambiare. Io voglio un discorso aperto alla contraddizione. Non posso risolverla questa contraddizione. Se volessi risolvere la mia contraddizione… come medico dovrei restituire la laurea. Ma come uomo io dico che voglio vivere questa contraddizione, dico che la mia libertà si fa solo accettando la contestazione del malato, accettando la contestazione delle altre persone…

Nel rapporto medico paziente si può realizzare una relazione tra uomo e uomo, se si crea quella tensione di cui ho parlato più volte”.

La seconda considerazione che voglio fare è personale ed è quella, oggi con ancor maggior vigore rispetto a ieri, relativa sia alla psicologia clinica che alla psicoterapia e alla psichiatria dove avevo sempre visto, e continuo spessissimo a vedere, una forte tendenza “manipolativa” a orientare, secondo i convincimenti dei singoli operatori, le persone che si rivolgono a loro invece che di sostenerle nelle singole individualità aiutandole, così,  a far sviluppare e consolidare, in libertà, i propri personali convincimenti che, oltretutto, non solo non collimano ma, di frequente, cozzano con i convincimenti del “tecnico”.

L’ulteriore domanda che mi sono sempre posta, e che spesso ho rivolto ai “colleghi”, era ed è: chi siete e quale diritto avete di “spingere” una persona verso ciò di cui “voi” siete convinti?… E le loro  risposte erano e sono “… A volte farfugliano concetti incomprensibili o giustificazioni assurde o artificiose… Altre volte negano decisamente di fare ciò che faccio loro notare che, chiaramente, stanno facendo… E, solo in pochi, si pongono dei dubbi!”.

Io sono giunto alla convinzione che moltissimi operatori “solo nella certezza trovano la loro tranquillità… E la loro pace”.

Oltre a ciò non è più possibile che, ad oggi, una categoria professionale che lavora in ambiti così delicati come quelli relativi alla salute psichica delle persone resti avvolta da un alone di segretezza, senza testimoni e senza valutazioni sia in relazione alle procedure applicate  che degli eventuali risultati ottenuti, rispetto a quelli promessi, a coloro che  ad essa si rivolgono per lenire le proprie sofferenze.

AFORISMA:

Tra la mattia ed il malato… senza dubbio

mi interessa di più il malato.

Franco Basaglia